La Narrazione in Psicologia: ricordi tra memoria e racconto

La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.

Gabriel Garcìa Marquez

 

Nella vita di ogni giorno ci incontriamo attraverso la narrazione. Conosciamo il mondo e gli altri attraverso racconti che rimettono insieme i pezzi di un’esperienza che racchiude frammenti di eventi, emozioni, pensieri, credenze, culture. Attraverso l’incontro di storie si creano e si negoziano significati che generano un contesto condiviso, all’interno del quale, le parole assumono una forma e danno vita a immagini vivide e concrete, ma ciononostante in continuo movimento. Grazie alla narrazione il passato continua ad avere vita, a mutare con il tempo e ad assumere nuove forme, man mano che si incontra con nuove prospettive e nuovi obiettivi presenti e futuri.

I primi modelli teorici sulla memoria assumevano che i ricordi fossero fedeli riproduzioni di eventi accaduti e custoditi in cassetti della memoria, pronti ad essere recuperati, tali e quali, non appena si fosse aperto il cassetto in cui ciascuno di essi era contenuto. Eppure, come gli agenti atmosferici plasmano anche le rocce più dure, così anche i ricordi non sono incolumi dall’effetto di agenti esterni e interni.
Alcuni ricordi di eventi personalmente vissuti sono particolarmente importanti per definire il Sé. Sebbene siano spesso disconnessi gli uni dagli altri, essi trovano attraverso la narrazione un filo conduttore che li ricuce insieme dando origine ad una trama che va a creare una storia di vita. In tal modo si delinea un’identità narrativa nella quale, in condizioni ideali, i ricordi che definiscono il Sé sono costantemente sottoposti a una rielaborazione del loro significato alla luce degli obiettivi e delle prospettive presenti.

Con la narrazione si crea una sorta di reazione alchemica, che Bruner chiama narrativizzazione. I ricordi, i pensieri, le emozioni sono ritenuti come rappresentazioni interne in un linguaggio per noi stessi, ma nel momento in cui vengono esternalizzate si trasformano in un linguaggio per l’altro, più sofisticato ed organizzato in termini sintattici, semantici e lessicali.
Nel passaggio da linguaggio interno a linguaggio esterno, i contenuti cognitivi assumono proprietà tipiche della narrazione che attribuiscono loro una struttura ed un’organizzazione, e che a loro volta modificano i contenuti cognitivi d’origine.

Perciò, raccontare i propri ricordi e le proprie esperienze autobiografiche aiuta l’individuo a organizzare, analizzare, elaborare e ri-esperire in modo diverso pensieri ed emozioni connessi ad un determinato evento di vita.

Raccontare un ricordo autobiografico presuppone l’andare a ricercare i frammenti che lo compongono (gli odori, le tonalità delle voci, le immagini, le emozioni provate in quel momento e quelle attualmente provocate dal pensiero dello specifico ricordo), trovare le parole che meglio li rappresentano, dare loro una sequenzialità temporale e dei nessi causali per creare una struttura quanto più possibile coesa e coerente, informativa ed interessante. In questo processo, inoltre, a causa della natura sequenziale del linguaggio, ricordi, pensieri ed emozioni che dentro di noi sono sincronici ed intrecciati in maniera indistinta, senza un ordine temporale, vengono organizzati in una struttura diacronica che si dispiega in un costante divenire, creando una serie di sequenze ordinate attraverso nessi cronologici e causali che permettono al narratore di osservarli da una diversa prospettiva, che si arricchisce di ulteriori significati possibili quando incontra la prospettiva dell’altro.

In altre parole, elementi che dentro di noi si sovrappongono, si collegano e si intrecciano in modi talvolta anche incomprensibili, con la narrazione hanno la possibilità di assumere una forma distesa. Il narratore, cercando di rappresentarli linguisticamente in modo quanto più possibile corrispondente e consistente, se ne distanzia, ricreando connessioni che ne favoriscono una nuova comprensione sia per chi racconta che per coloro a cui il racconto è rivolto. Questi ultimi, infatti, non solo richiedono implicitamente al narratore di fornire le informazioni necessarie affinché la narrazione sia informativa e comprensibile, ma aprono la strada, attraverso le proprie reazioni (non sempre, né necessariamente, verbali), a nuovi punti di vista ed elaborazioni.

Attraverso la narrazione, contenuti precedentemente interni, sono esternalizzati in un contesto sociale dove diventano negoziabili nella co-costruzione della narrazione.

Ma cosa vuol dire co-costruire una narrazione? Lo approfondiremo nel prossimo articolo!

Articolo a cura di Eleonora Bartoli, Psicologa
Eleonora Bartoli

Eleonora Bartoli è una Psicologa e Ph.D. student in psicologia presso la Goethe Universität. Dopo la laurea in psicologia all’Università di Firenze, si è dedicata alla ricerca, con progetti sulla relazione tra memoria e narrazioni autobiografiche e sul ruolo delle funzioni esecutive nello sviluppo narrativo e nell’espressione della teoria della mente nei bambini. Ha collaborato allo sviluppo di un’applicazione per bambini nel contesto turistico, investigando i loro interessi e bisogni espressi nelle narrazioni di viaggio. Attualmente svolge un progetto sullo sviluppo e l’espressione di regolazione emotiva e perspective-taking nelle narrazioni di bambini maltrattati.

 

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